Lo Schnauzer in agility

Premessa

Quando Alessandro Midulla ci ha proposto di scrivere un articolo sugli Schnauzer e l’agility, abbiamo accettato subito, senza pensarci due volte. Adesso che ci troviamo con la penna, oops, con la tastiera tra le mani, un dubbio ci assale: ma in fondo, che ne sappiamo noi degli Schnauzer? Il fatto di averne uno e di farci agility non è forse un po’ poco per dire di conoscere questa razza? L’esperienza limitata non ci è sembrata però motivo sufficiente per rinunciare a dire la nostra sulla razza che amiamo e soprattutto, sulla disciplina che ci ha permesso di tirare fuori il meglio dal nostro cane, e facendo nostre la spavalderia e l’immodestia tipiche dello Schnauzer, ci siamo lanciati nell’”impresa”.

Per cominciare: Avere uno Schnauzer e avvicinarsi all’agility è una cosa. Fino a qualche anno fa infatti, si cominciava a praticare questa disciplina con il “cane di casa”, labrador, pastore tedesco o meticcio che fosse. Scegliere uno Schnauzer come cane da agility invece è una cosa completamente diversa. Negli ultimi anni la figura del dilettante è andata pressoché scomparendo dai campi di gara, e la competizione si è fatta sempre più esasperata, non solo ai livelli più alti ma anche tra i principianti. Questo ha portato al boom di alcune razze come il Border Collie, molto veloce e altrettanto facile da addestrare, a scapito di altre ritenute (a torto o a ragione) o non altrettanto “performanti” oppure più difficili.

“Ma perché proprio uno Schnauzer?”

Questa domanda l’abbiamo udita decine di volte. La risposta poteva variare dall’ovvio “perché a noi piace” al lievemente risentito “perché non uno Schnauzer?”.
La verità è che il primo cane a suscitare la nostra ammirazione di novelli agilitisti era stato proprio uno Schnauzer pepe e sale di nome Argo. Di Argo ci avevano colpito la fierezza e il movimento (chi conosce la razza sa di cosa stiamo parlando, di quel modo tutto particolare di saltare che hanno gli Schnauzer, prima raccolti, come una lepre, per poi allungarsi tutti). Ci era piaciuto soprattutto il bel rapporto che, si intuiva, lo univa al suo conduttore. Quando gli chiedemmo qualche consiglio sulla razza, questi ci raccontò che la sua scelta era stata assolutamente casuale e, pur andando all’epoca ben fiero del suo cane, non ci nascose di aver incontrato alcune difficoltà nell’addestramento. La breve chiacchierata terminò con uno scherzoso “auguri!”. Dopo un anno di consultazioni e ripensamenti, dovuti soprattutto agli infondati pregiudizi che circolano sulla razza, un’amica ci segnalò una bella cucciolata di medi pepe e sale. Nel giro di qualche ora eravamo di ritorno con il nostro cucciolotto di tre mesi dagli occhioni enormi e il muso a spazzola: Tommi.
L’addestramento
Il primo anno di addestramento richiese tutta la pazienza che solo chi ama profondamente questa razza può avere, ma anche la costanza nell’usare il metodo che poi si è rivelato quello giusto. Chi vi racconta che per insegnare l’agility a un cane basta una pallina o un biscottino, probabilmente ha un’esperienza limitata in fatto di razze e di cani. Tommi era assolutamente indifferente a tutto ciò che accadeva nel campo di agility, tutto preso a scrutare quello che avveniva al di fuori. Niente riusciva a catalizzare neanche per pochi attimi la sua attenzione, concentrata di volta in volta sul cane del ring vicino, sul cancelletto di ingresso, o sul tale che passava a bordo campo. Non solo, ma pallina e biscotto non servivano neppure da rinforzo positivo quando Tommi si decideva finalmente a superare un ostacolo: per la palla ha sempre nutrito un ostinato disprezzo (a meno che non si tratti di sottrarla a qualche altro cane), mentre se gli veniva offerto un biscotto, lo allontanava sdegnoso spingendolo con il muso. L’unica ricompensa che non osava rifiutare era una grattatina sul petto, ma solo per non offendere Filippo, il suo conduttore.
Le difficoltà non finivano qui. Non solo Tommi si dimostrava scarsamente interessato all’agility, e, più in generale, a tutto quello che gli veniva richiesto di fare, fosse un salto oppure obbedire al richiamo. Le sue fughe dal campo sono rimaste proverbiali, come quella volta che durante un’esibizione al Game Fair (all’epoca Tommi aveva quasi un anno) partì come un razzo verso un Malinois del Mondioring con nostro grande spavento: quella fu l’ultima volta che Tommi scappò.
Eppure, quando saltava o correva dietro all’immancabile femmina a bordo ring, Tommi dimostrava una spinta notevole: se solo fossimo riusciti a canalizzare le sue energie per il verso giusto! Fu così che ricorremmo a un metodo da molti considerato oggi antiquato, ma che nel suo caso si è rivelato particolarmente efficace: il vecchio guinzaglione. Affrontare una sequenza di ostacoli con un cane al guinzaglio non è una passeggiata, se a questo si aggiunge l’esuberanza dello Schnauzer e la sua tendenza a partire sempre per la tangente, vi potete immaginare la fatica dei primi mesi di addestramento. Ma i risultati non tardarono ad arrivare: grazie al controllo del guinzaglio, e stimolato positivamente dalla vicinanza di Filippo, Tommi stava perdendo interesse per ciò che accadeva fuori dal campo, concentrandosi sempre più sul percorso e sul conduttore. A poco a poco il guinzaglione fu sostituito da un cordino sempre più breve, fino a che rimasero qualche centimetro di filo attaccato al collare. Al termine dell’esercizio era sempre necessario richiamarlo, per evitare che le famose “tendenze dispersive” riprendessero campo, fino al punto in cui fu Tommi stesso a cercare nelle parole e nei gesti di Filippo la conferma di essere stato bravo.
I risultati non si sono dimostrati incoraggianti soltanto dal punto di vista della disciplina: avere il controllo e l’obbedienza del proprio cane è fondamentale, ma in agility, la cieca sottomissione non paga, tantomeno con uno Schnauzer. Agility è anche vitalità, velocità, competizione, e Tommi ha tirato fuori in questo sport tutta la grinta e l’esuberanza che normalmente riserva solo ... ai gatti! Teso come una corda prima del via, strepita e ruggisce per tutto il percorso, e quando alla fine, salta incontro al suo conduttore, manca poco che non lo morde: altro che pallina!
La conduzione

Se l’impostazione del cane, e cioè il metodo usato nelle prime fasi di addestramento, è fondamentale, altrettanto lo è la conduzione. Condurre un cane in agility significa fargli eseguire una serie sempre diversa di ostacoli, ricorrendo soltanto all’uso della voce o dei movimenti del corpo.
Alcuni cani corrono avanti al conduttore, il quale segnala gli ostacoli prevalentemente con la voce, muovendosi dietro a loro (conduzione da invio). Altri vengono “tirati”, facendo leva più sull’istinto predatorio (conduttore = preda da raggiungere).
Ovviamente la scelta della conduzione dipende da più fattori, come il tipo di cane (dalla sua velocità e dalla sua capacità o meno di “lavorare” usando la propria testa), ma anche dall’abilità e preparazione atletica del conduttore.
La conduzione più efficace con il nostro Schnauzer è quella vicino al cane. Pur possedendo un buon invio (cioè la capacità di correre avanti, e di cercarsi l’ostacolo giusto), Tommi dà il massimo quando sente Filippo al suo fianco, o meglio, quando se lo vede avanti: scatta allora tra cane e conduttore una sorta di competizione, particolarmente stimolante per il primo, che si sforza di raggiungere e superare l’altro, e che si rivela produttiva anche sul piano del risultato.

Alcune precisazioni

Sia per quanto riguarda l’addestramento che la conduzione, è importante tenere sempre presente non solo che ogni razza è diversa dalle altre, ma che le differenze tra cane e cane della stessa razza possono essere notevoli, di conseguenza non esiste un metodo di addestramento o una conduzione validi per tutti allo stesso modo.
Se abbiamo taciuto dello Schnauzer Gigante o del Nano è solo perché non ne abbiamo esperienza diretta: tuttavia abbiamo conosciuto di entrambe le razze esemplari con un enorme potenziale.

Qualche nota tecnica

La costruzione quadrata e compatta dello Schnauzer gli consente, se opportunamente condotto, di “girare stretto”, cioè di non compiere più strada del necessario e allo stesso tempo di saltare alto sugli ostacoli (raramente abbatte un’astina). Le zone di contatto, (la salita e discesa di palizzata, bascula e passerella che devono essere toccate dal cane per non incorrere in penalità) devono essere lavorate accuratamente fin dalle prime fasi dell’addestramento: lo Schnauzer infatti non “gattona” sulle zone come altre razze, e proprio per la sua struttura quadrata, rischia di saltarle.

Conclusioni

Potremmo concludere dicendo semplicemente che lo Schnauzer è un ottimo cane da agility. Il fatto che sia così poco rappresentato numericamente un po’ ci dispiace, sia perché ci impedisce di frequentare altri appassionati schnauzeristi, ma soprattutto perché alimenta la convinzione che l’agility sia una disciplina per poche razze. Noi pensiamo invece, che non esiste una razza buona per l’agiltiy e una che non lo è (e non per questioni di “politically correct”) e che il miglior cane per fare agility sia il proprio. Al di là di tutti gli aspetti tecnici che riguardano l’addestramento e la conduzione, la cosa fondamentale da capire è che l’agility si fa in due, e che non è possibile prescindere dal rapporto di rispetto, fiducia e amore che lega il cane al suo padrone. Lo Schnauzer non è solo un ottimo cane da agility, ma è anche il miglior compagno che possiate desiderare. Ma questo lo sapete già.

Un grazie a Paolo Caldora, la cui esperienza e disponibilità ci hanno permesso di conseguire il terzo brevetto di agility.